CLA TECH LAB
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Mio padre costruiva case senza smartphone

La storia di Lorenzo, nato nel 1953, ultimo di tredici fratelli, emigrato in Svizzera a diciassette anni e tornato ad Avellino per costruire una famiglia mattone dopo mattone.

Di Stefano Iannaccone CLA TECH LAB Tempo di lettura: 10 minuti
Vecchia valigia di cartone simbolo dell'emigrazione italiana

Una valigia, pochi vestiti e il coraggio di partire: per molte famiglie italiane il futuro è iniziato così.

Ci sono generazioni che hanno costruito il futuro senza sapere che un giorno sarebbe arrivato. Non avevano smartphone in tasca, non avevano navigatori satellitari, non avevano videochiamate per sentirsi meno soli. Avevano mani segnate dal lavoro, valigie leggere e una cosa che oggi sembra quasi fuori moda: il coraggio di partire.

Mio padre Lorenzo appartiene a quella generazione. È nato nel 1953, ultimo di tredici fratelli, in un'Italia che oggi sembra lontanissima ma che in realtà è dietro l'angolo della nostra memoria familiare. Un'Italia fatta di case piene, tavole numerose, pochi soldi e tanto lavoro. Un'Italia dove crescere significava capire presto che la vita non ti avrebbe regalato molto.

Oggi parliamo continuamente di futuro, tecnologia, intelligenza artificiale, automazione, app e strumenti digitali. E facciamo bene, perché il mondo sta cambiando davvero. Ma ogni tanto bisogna fermarsi e guardare indietro. Perché prima dei telefoni intelligenti, prima di Internet, prima dei cantieri digitali, c'erano uomini e donne che hanno costruito tutto con strumenti semplici e una forza enorme.

Questo articolo nasce da una domanda semplice: cosa abbiamo guadagnato con la tecnologia e cosa rischiamo di dimenticare della generazione che ha costruito senza averla?

L'Italia che partiva

Quando mio padre era ragazzo, partire non era una scelta romantica. Non era il viaggio fotografato sui social, non era l'esperienza da raccontare con una storia Instagram. Partire voleva dire lasciare casa, famiglia, abitudini, lingua, amici. Voleva dire salire su un treno o affrontare un viaggio verso un posto sconosciuto, sperando di trovare lavoro e dignità.

A diciassette anni molti ragazzi di oggi stanno ancora cercando se stessi. Mio padre, a quell'età, prese la strada della Svizzera. Non aveva certezze. Non aveva contatti salvati in rubrica. Non poteva aprire Google Maps e guardare la strada. Non poteva mandare una posizione in tempo reale alla famiglia.

Aveva una valigia. E aveva bisogno di lavorare.

Mio padre non aveva Google Maps, WhatsApp o uno smartphone. Aveva qualcosa di più semplice e forse più raro: il coraggio di partire.

La Svizzera a diciassette anni

Giovane emigrato italiano in Svizzera negli anni Settanta

Per tanti italiani la Svizzera fu lavoro, disciplina, fatica e nostalgia di casa.

In Svizzera mio padre iniziò come giardiniere. Un lavoro concreto, fisico, fatto all'aperto, dove il clima non ti chiedeva permesso. Non era un lavoro comodo, ma era un inizio. E spesso nella vita delle persone semplici l'inizio non è mai spettacolare. È solo necessario.

Poi trovò lavoro come carrellista in una ditta di detersivi. Anche qui niente poesia finta. Magazzini, turni, movimento continuo, attenzione, responsabilità. Un lavoro che magari non finisce sulle copertine, ma che tiene in piedi le giornate, gli stipendi, gli affitti, le speranze.

Io provo a immaginarmelo, giovane, lontano da Avellino, in un Paese diverso, con regole diverse, con una lingua diversa, con il pensiero che tornava sempre a casa. Oggi basta prendere un telefono e in pochi secondi si vede il volto di una persona cara. Allora la distanza era distanza vera. Le telefonate si misuravano, le lettere si aspettavano, la nostalgia non aveva notifiche.

Eppure quella generazione andava avanti. Non perché fosse invincibile, ma perché non aveva molte alternative. Lavorava, stringeva i denti e costruiva un pezzo di futuro giorno dopo giorno.

Un concerto in Germania

Concerto anni Settanta in Germania come simbolo dell'incontro tra Lorenzo e Carmela

A volte la vita cambia direzione in un luogo qualsiasi, durante una sera qualsiasi.

Nella storia di mio padre c'è anche una parte che sembra uscita da un film. Mia madre Carmela era siciliana. Anche lei, da ragazzina, era emigrata in Germania con la sua famiglia. Due italiani, uno campano e una siciliana, lontani dalle rispettive terre, finirono per incontrarsi all'estero.

Si conobbero in Germania, durante un concerto di un noto cantante dell'epoca. Il nome oggi non lo ricordo con certezza, ma forse non è nemmeno la cosa più importante. La cosa importante è l'immagine: due giovani italiani in mezzo ad altri italiani emigrati, in una serata di musica, nostalgia e speranza.

Se fossero rimasti entrambi nei loro paesi, probabilmente non si sarebbero mai incontrati. Lui dall'Irpinia, lei dalla Sicilia. Due mondi lontani. E invece l'emigrazione, che per tanti è stata fatica e mancanza, per loro diventò anche il punto d'incontro.

Questa è una delle cose più strane della vita. A volte quello che sembra solo sacrificio diventa la strada che ti porta verso qualcosa di enorme. Una famiglia, dei figli, una casa, una storia che anni dopo qualcuno si ritrova a scrivere davanti a un computer.

Il ritorno ad Avellino

Dopo il matrimonio, i miei genitori tornarono ad Avellino. E lì iniziò un altro capitolo. Mio padre cominciò a lavorare come muratore.

Il muratore non è solo uno che mette mattoni. È uno che vede nascere qualcosa dove prima non c'era niente. Una fondazione, un muro, una stanza, una scala, un tetto. Giorno dopo giorno, quello che era solo un disegno diventa un luogo dove qualcuno vivrà, mangerà, dormirà, crescerà dei figli, conserverà ricordi.

Oggi nei cantieri abbiamo strumenti che sembrano fantascienza rispetto a quelli di allora. Laser, livelli digitali, telefoni, foto, messaggi, gruppi WhatsApp, PDF, cataloghi online, normative consultabili in pochi secondi. Ma mio padre lavorava in un altro mondo.

Muratore italiano al lavoro negli anni Ottanta

Prima del digitale, il mestiere si imparava guardando, ascoltando, sbagliando e ricominciando.

Le misure si controllavano con strumenti semplici. I materiali si portavano con fatica vera. Gli errori non si cancellavano con un tasto. Si sistemavano con altre ore di lavoro. La schiena era il primo motore del cantiere. Le mani erano il primo strumento.

Costruire senza smartphone

Oggi entro in cantiere con uno smartphone in tasca che contiene più informazioni di quante una persona potesse consultare in una vita intera solo pochi decenni fa. Posso fotografare un problema, inviarlo a un collega, cercare una scheda tecnica, controllare il meteo, aprire una planimetria, scrivere un report, tradurre una frase, calcolare una misura, chiedere supporto a un'intelligenza artificiale.

È incredibile. Ed è utile. Sarebbe stupido negarlo.

Ma quando penso a mio padre mi rendo conto che la tecnologia non è tutto. Lui costruiva case senza smartphone. Non perché fosse meglio così, non perché il passato fosse automaticamente più bello. Il passato era duro, spesso ingiusto, pieno di limiti. Però dentro quel mondo c'era una scuola che oggi rischiamo di perdere: la scuola della pazienza, dell'osservazione, dell'esperienza.

Un giovane imparava guardando chi sapeva fare. Il mestiere passava dagli occhi alle mani. Non bastava cercare un tutorial. Dovevi stare lì, sbagliare, essere corretto, rifare, capire. Dovevi ascoltare. Dovevi portare rispetto.

La tecnologia può aiutarti a lavorare meglio. Ma non può darti da sola la serietà con cui affronti il lavoro.

Due generazioni nello stesso cantiere della vita

Io appartengo a un'altra epoca. Ho visto il mondo analogico diventare digitale. Ho visto i primi computer, Internet, i telefoni, gli smartphone, l'intelligenza artificiale. Oggi posso creare un sito, scrivere un articolo, generare immagini, costruire strumenti digitali e portare online una storia di famiglia.

Mio padre invece ha costruito con il corpo prima ancora che con la testa. Con turni, sacrifici, partenze, ritorni, muri, cemento, polvere, silenzi. Non aveva strumenti potenti, ma aveva una cosa che nessuna app può installare: il senso del dovere.

Forse è proprio questo il punto. Ogni generazione ha i propri strumenti. La sua aveva cazzuola, carriola, metro e fatica. La mia ha computer, smartphone, software e connessione. Ma alla fine la domanda resta la stessa: cosa ci costruisci con quello che hai?

Cosa abbiamo guadagnato

Abbiamo guadagnato tanto. Sarebbe ipocrita dire il contrario. La tecnologia ci ha dato sicurezza, velocità, precisione, possibilità. In molti lavori ha ridotto rischi, migliorato comunicazioni, permesso controlli più rapidi, reso disponibili informazioni che una volta erano difficili da trovare.

Oggi un tecnico può documentare un problema in tempo reale. Un operaio può avvisare subito se qualcosa non va. Un progettista può inviare una modifica senza aspettare giorni. Una famiglia può sentirsi anche a centinaia di chilometri di distanza.

Se mio padre avesse avuto le videochiamate quando era ragazzo in Svizzera, forse avrebbe sentito meno il peso della lontananza. Se mia madre avesse avuto uno smartphone in Germania, forse alcune distanze sarebbero sembrate più leggere.

Quindi sì, abbiamo guadagnato molto.

Cosa rischiamo di perdere

Ma ogni conquista porta con sé una domanda. Cosa stiamo lasciando indietro?

Forse stiamo perdendo la pazienza. Vogliamo tutto subito: una risposta, una strada, una soluzione, una conferma. Se qualcosa non arriva in pochi secondi, ci sembra già troppo lento.

Forse stiamo perdendo la capacità di cavarcela senza strumenti. Una volta, se eri in difficoltà, dovevi ragionare, chiedere, osservare, provare. Oggi spesso la prima reazione è cercare sul telefono. Non è sbagliato, ma diventa pericoloso se smettiamo di allenare la testa.

Forse stiamo perdendo il rispetto per chi ha imparato facendo. Oggi tutto sembra misurabile con un titolo, un certificato, un'app, un software. Ma esiste una competenza che nasce solo dal tempo. Dal lavoro ripetuto. Dagli errori. Dalle mani sporche. Dalle giornate difficili.

La tecnologia è una conquista enorme. Ma non dovrebbe farci guardare con superiorità chi ha costruito prima di noi con meno strumenti e più fatica.

Lorenzo e Carmela

Famiglia italiana come simbolo di Lorenzo e Carmela

Ogni famiglia ha una storia. Alcune non finiscono nei libri, ma meritano comunque di essere raccontate.

Quando penso a Lorenzo e Carmela non vedo solo mio padre e mia madre. Vedo due pezzi d'Italia che si sono incontrati lontano dall'Italia. Lui campano, lei siciliana. Lui partito giovanissimo per la Svizzera, lei emigrata in Germania da ragazzina. Due storie di lontananza che, per un caso o per destino, si sono unite durante un concerto.

Da lì è nata una famiglia. Non una famiglia costruita con comodità, ma con lavoro. Con decisioni difficili. Con sacrifici. Con ritorni. Con il desiderio di dare ai figli qualcosa in più rispetto a ciò che avevano avuto loro.

Questa è la parte che più mi colpisce. Oggi noi cerchiamo strumenti per semplificarci la vita. Loro avevano una vita complicata e cercavano semplicemente di andare avanti. Eppure sono riusciti a costruire qualcosa che dura ancora.

La lezione più importante

Forse questo articolo non parla davvero di smartphone. Lo smartphone è solo il simbolo del nostro tempo. Parla di lavoro, di emigrazione, di famiglia, di radici, di una generazione che ha vissuto senza raccontarsi ogni giorno ma lasciando tracce concrete.

Le case costruite da un muratore non parlano. Non pubblicano post. Non ricevono like. Ma restano. Stanno lì, attraversano gli anni, ospitano vite. E forse questo è il modo più silenzioso e potente di lasciare un segno.

Io oggi scrivo su un sito. Uso la tecnologia, l'intelligenza artificiale, il web, gli strumenti digitali. Mio padre ha usato cazzuola, cemento, fatica e tempo. Siamo diversi, certo. Ma in fondo stiamo provando a fare la stessa cosa: costruire.

Prima lui costruiva muri. Oggi io provo a costruire parole, pagine, strumenti e memoria. Ma il senso, forse, è lo stesso: lasciare qualcosa in piedi.

La conclusione più onesta

Viviamo in un'epoca straordinaria. Abbiamo in tasca strumenti che i nostri genitori non avrebbero nemmeno potuto immaginare. Possiamo parlare con il mondo, imparare qualsiasi cosa, creare progetti, lavorare meglio, sentirci più vicini anche quando siamo lontani.

Ma non dobbiamo confondere la comodità con la grandezza.

Grande è stato anche partire a diciassette anni per la Svizzera senza certezze. Grande è stato lavorare come giardiniere, poi come carrellista in una ditta di detersivi. Grande è stato incontrare una ragazza siciliana emigrata in Germania e costruire con lei una vita. Grande è stato tornare ad Avellino e fare il muratore, giorno dopo giorno, mattone dopo mattone.

Mio padre costruiva case senza smartphone.

Forse non aveva la tecnologia che abbiamo noi.

Ma aveva qualcosa che nessun aggiornamento potrà mai sostituire: la forza di costruire il proprio futuro con le mani, con il lavoro e con il coraggio.

Stefano Iannaccone
Fondatore CLA TECH LAB

CLA TECH LAB nasce per raccontare la tecnologia utile, il lavoro reale, i cantieri, gli strumenti e le storie umane che spesso restano dietro le quinte del progresso.