Ci sono conversazioni che nascono per caso e poi ti rimangono in testa. Non perché ti cambiano la vita da un momento all’altro, ma perché mettono ordine a qualcosa che forse pensavi già, solo che non lo avevi ancora detto ad alta voce.
Oggi Giovedi 25 giugno , su TikTok, mi sono confrontato con un signore che lavora anche lui nel mondo dei datacenter. Quindi non uno che parla di tecnologia per sentito dire. Uno che, come tanti di noi, vede da vicino cosa c’è dietro questa nuova corsa all’intelligenza artificiale: server, impianti, raffreddamento, energia, progettazione, cantieri, macchine, persone.
A un certo punto mi ha detto una cosa che mi ha colpito. Mi ha fatto capire che, nonostante lavori in un settore ultra tecnologico, lui in qualche modo si sente ancora analogico. E cerca di trasmettere questi valori anche alle sue figlie.
E lì mi sono fermato un attimo. Perché mi sono detto: cavolo, ha ragione.
Costruiamo il futuro, ma non siamo fatti solo di futuro
Siamo qui a parlare di AI, cloud, automazioni, dati, algoritmi, datacenter sempre più grandi, ma poi dentro molti di noi restano ancora legati a un mondo più fisico, più lento, più vero.
Io per primo.
A me l’intelligenza artificiale piace. La uso, la studio, ci lavoro sopra, la porto dentro CLA-GEST, provo a farci strumenti utili per chi lavora davvero. Non sono uno di quelli che dice “la tecnologia fa schifo” o “una volta era tutto meglio”.
Però sono anche uno che ascolta ancora i vinili.
E ho ancora un amplificatore Nikko TRM-750 anni ’80, classe A, che quando lo accendi scalda come una stufa.
Ecco, quella roba lì non è solo musica. È un rito.
Prendi il disco, lo tiri fuori dalla copertina, lo appoggi sul piatto, abbassi la puntina e aspetti. Non premi solo play. Non salti tutto dopo dieci secondi perché ti sei già stufato. Devi stare lì. Devi ascoltare.
C’è un fruscio, c’è un’imperfezione, c’è un calore che non è solo quello dell’amplificatore. È proprio un modo diverso di vivere le cose.
Il problema non è la tecnologia. Il problema è perdere il rapporto con le cose
Oggi sembra che tutto debba essere immediato.
Ma siamo sicuri che questo sia sempre progresso?
Io non credo.
Il digitale ci ha dato strumenti potentissimi. L’intelligenza artificiale può aiutare davvero, soprattutto chi lavora: tecnici, artigiani, progettisti, operai, uffici, imprese. Può farci risparmiare tempo, evitare errori, creare documenti, analizzare dati, migliorare processi.
Ma il punto è un altro: la tecnologia deve essere uno strumento, non deve diventare il nostro padrone.
Perché il mondo analogico, quello vero, ci ha insegnato cose che oggi rischiamo di perdere. Ci ha insegnato la pazienza. Ci ha insegnato ad aspettare. Ci ha insegnato a riparare invece di buttare. Ci ha insegnato a usare le mani. Ci ha insegnato che non tutto deve essere perfetto per essere bello.
Ci sono cose che non sono comode, ma restano vive
Un vinile non è comodo come Spotify.
Un amplificatore anni ’80 non è pratico come una cassa Bluetooth.
Una macchina vecchia non è efficiente come una moderna.
Un quaderno scritto a mano non è veloce come una nota sul telefono.
Però dentro quelle cose c’è qualcosa che il digitale spesso non riesce a copiare: il rapporto fisico con l’oggetto.
Il peso. Il rumore. L’odore. La manopola che gira. La vite da stringere. La lampadina che si accende. Il calore vero, non quello disegnato su uno schermo.
Dietro ogni cloud c’è ancora tanto analogico
Secondo me questo vale ancora di più per chi lavora nei cantieri, negli impianti, nelle officine, nelle centrali tecnologiche, nei datacenter.
Perché noi il futuro non lo vediamo solo sui monitor.
Noi lo montiamo.
Lo saldiamo. Lo staffiamo. Lo colleghiamo. Lo collaudiamo. Lo mettiamo in pressione. Lo facciamo funzionare.
Dietro ogni cloud, dietro ogni AI, dietro ogni servizio digitale che sembra invisibile, c’è sempre qualcosa di molto analogico: tubi, pompe, quadri elettrici, carpenteria, cavi, valvole, bulloni, mani sporche, turni, trasferte, problemi da risolvere.
E questa cosa secondo me andrebbe raccontata di più.
Perché oggi si parla tanto di intelligenza artificiale, ma poco delle persone che stanno costruendo le infrastrutture che la tengono in piedi.
Si parla di algoritmi, ma non si parla abbastanza di chi sta in cantiere. Si parla di futuro, ma ci si dimentica che il futuro poggia ancora su fondamenta molto concrete.
Essere analogici oggi non significa essere vecchi
Forse essere analogici oggi non significa essere vecchi.
Significa ricordarsi da dove veniamo.
Significa insegnare ai nostri figli che un telefono è utile, ma non è tutto. Che un’intelligenza artificiale può aiutarti, ma non deve pensare al posto tuo. Che un video può emozionarti, ma anche un disco che gira può farlo. Che la velocità è comoda, ma non sempre rende le cose migliori. Che saper fare qualcosa con le mani resta un valore enorme.
Io non voglio crescere figlie contro la tecnologia. Sarebbe assurdo.
Viviamo in un mondo dove il digitale farà sempre più parte della vita, del lavoro, della scuola, delle relazioni. Bloccarlo non serve. Fare finta che non esista è inutile.
Però vorrei che capissero una cosa semplice: usare la tecnologia è diverso da farsi usare dalla tecnologia.
Vorrei che sapessero chiedere aiuto a un’intelligenza artificiale, ma anche accendere un giradischi. Vorrei che sapessero usare un tablet, ma anche tenere in mano un attrezzo. Vorrei che sapessero cercare una risposta online, ma anche ragionare con la propria testa.
Vorrei che non perdessero il gusto delle cose vere.
La risposta non è scegliere. È tenere insieme le due cose
Io voglio poter usare l’intelligenza artificiale, creare strumenti digitali, parlare di datacenter, automazione e futuro, ma poi la sera accendere il mio vecchio Nikko, mettere un vinile e sentire quel calore lì.
Quello vero.
Quello che non ha bisogno di aggiornamenti firmware. Quello che non ti chiede una password. Quello che non va in cloud. Quello che semplicemente suona.
Forse il futuro migliore non sarà scegliere tra analogico e digitale.
Forse il futuro migliore sarà tenere insieme le due cose.
Perché un uomo può lavorare nel cuore della tecnologia e restare comunque analogico dentro.
Anzi, forse proprio chi costruisce il futuro ha ancora più bisogno di ricordarsi cosa non deve perdere.
Non so se questo articolo arriverà mai a leggerlo Daniele, ma è stato di ispirazione nel realizzarlo.
CLA-GEST.it